giovedì 15 luglio 2010

Ci sono delle fotografie...





Ci sono delle fotografie che sono brutte, altre che non dicono niente.
Questa foto, per esempio, non dice nulla. Un treno al di là di un vetro e un parcheggio.
Ma dice qualcosa a me, che l'ho scattata.
Non mi dice qualcosa quello che c'è, ma quello che manca, quello che non c'è più.

Lì, dove ora ci sono i due pali che sostengono il traliccio della linea elettrica, c'era la vecchia stazione di Melzo. Una stazione come ce n'erano tante, tutte simili, in Italia. Una palazzina a due piani con un'entrata modesta. Guardando verso sinistra, dopo un cancello, iniziavano i magazzini con le tegole rosse e le capriate in legno, scuro come quello delle traversine, come se volessero fare pendant con loro.
Lì, dove ora passa un treno, attaccata alla palazzina, c'era la sala a vetri del capostazione, con tutte le leve per comandare gli scambi e, appoggiata al banco delle leve, la paletta bianca e rossa che questo usava per dare il via libera al macchinista del treno e la lanterna, per la notte credo.

Io e mio cugino abbiamo passato un paio d'estati, quando eravamo bambini, nel periodo tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, in quel posto.
Nei pomeriggi d'estate, con la bicicletta andavamo da Gorgonzola a Melzo, forse di nascosto dai genitori, sono pur sempre 6 Km. da casa, in quella stazioncina di paese a veder passare i treni. Treni passeggeri e merci con i vagoni tutti color ruggine, altri carichi delle merci più varie, altri ancora dalla forma strana che ci facevano fantasticare sul loro contenuto. I treni locali che si fermavano e diretti che passavano, veloci e non degnandoci di uno sguardo, muovendo l'aria come se passasse un tornado. Carrozze ristorante con signore e signori vestiti bene, seduti al loro tavolo e lo sguardo perso fuori dal finestrino.
E noi sognavamo l'orient express prima ancora di sapere cosa fosse.

Col passar del tempo, vedendoci sempre là, seduti su una panchina o a passeggiare sui marciapiedi, il capostazione cominciò a trattarci come se fossimo di casa e, tra un treno e l'altro, ci faceva vedere tutte le meraviglie che c'erano nella sala comandi.
Questa leva muove questo e quella quell'altro scambio. accendo il semaforo rosso perché il diretto ha la precedenza sul locale, questo tabellone, diceva indicando una lavagna nera con delle linee bianche e delle lucine, indica dove si trova ora il treno che tra poco passerà...Mi sembrava di essere nella sala comando del mondo intero.

Ai marciapiedi si poteva accedere anche da un passaggio posto sul lato sinistro della stazione, su uno dei quali si trovava un piccolo edificio, quasi un cubo, che ospitava l'edicola. una sola porta d'entrata per l'edicolante e, dalla parte opposta, affacciata ai binari, una vetrata stracolma di pubblicazioni, quasi tutte del genere porno.
Non mi ricordo se conoscessi già allora quella strana parola, che nei primi tempi tentai di spiegarmi come una corruzione di porco, o se le chiamavamo semplicemente giornali con le donne nude. Di sicuro parte del tempo che passavamo là lo dedicavamo ad ammirare quella mostra. No, eravamo ancora in età prepuberale, quello che ci attirava era il V.M. 18, vietato ai minori di diciotto anni. Era, a quei tempi, il solo fascino del proibito, ma anche un po' della mia instancabile curiosità, a farmi girare attorno all'edicola per guardare di sottecchi le copertine di quelle riviste.
La prima rivista di quel genere la trovai, sempre con mio cugino, in un fosso in campagna, più o meno in quel periodo. Mi ricordo ancora il nome anche se del contenuto non conservo ormai nessuna traccia, la coppia.
La sfogliammo e la studiammo per giorni e l'unica cosa che mi torna in mente sono le discussione tra me e mio cugino sul fatto se fossero più importanti le tette o la figa. Io, allora, non avevo dubbi. Le tette senz'altro, perché le bambine la figa già ce l'avevano mentre le tette venivano più tardi, quando sarebbero cresciute.
Guardavamo un po' quella rivista e la nascondevamo nel letto del fosso. La cosa andò avanti per un po' di giorni, finché non venne il tempo d'irrigare i campi e l'acqua se la portò via. Non ne feci una tragedia ma la cosa un po' mi dispiacque.

Ora, lo scorrere del tempo, si è portato via anche la stazione.

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